I cavalli sono intelligenti?

Ciò che mi ha spinto a condividere delle riflessioni sull’argomento è stato un recente episodio, l’ennesimo da quando mi interesso di cavalli, per me abbastanza imbarazzante… Mi è stato chiesto: “Ma sono intelligenti i cavalli?” aggiungendo che i cani lo sono di certo. Capisco cosa intendeva il mio interlocutore, ma c’è un errore di fondo: l’intelligenza è relativa al sistema sociale in cui un animale vive! Tuttavia la visione antropocentrica sembra non indebolirsi, e continua a partorire questi pensieri.

La discussione sarebbe lunga, in questa sede farò solo qualche accenno per comprendere la questione.

L’intelligenza per l’uomo è sempre stata considerata il parametro che misura la superiorità degli esseri viventi, tanto che si è sempre discusso. Forse non tutti sanno che negli anni Venti, convinti che l’intelligenza fosse in larga misura ereditaria e allarmati al pensiero di un’eccessiva moltiplicazione di idioti, i governi degli Stati Uniti e di molti Paesi europei cominciarono a sterilizzare individui con deficit mentali, così da impedir loro di trasmettere i propri geni.

Tornando alla domanda, ci sono migliaia di esempi di intelligenza nel regno animale: alcuni individui hanno macchie o colori come strategie antipredatorie, altri fanno un accurato bilancio dei costi e dei benefici delle loro azioni; non mancano calcoli matematici per valutare la giusta altezza dalla quale far cadere gusci o la giusta grandezza delle prede, fino all’eusocialità delle api e delle formiche. Forse, se un pensiero è stato fatto, si attribuisce a questi ragionamenti il ruolo della selezione naturale, piuttosto che dell’intelligenza. Mi spiego meglio: un determinato comportamento avviene perché dopo svariati tentativi quel comportamento si è verificato essere il migliore per la sopravvivenza e quindi per la riproduzione. Allora come spieghiamo la “teoria della mente” negli scimpanzé? Beh, converrete con me che gli scimpanzé sono intelligenti. E io vi chiedo: perché loro sì e perché i cavalli no? Certo, gli scimpanzé condividono più del 98% di Dna con noi…se applichiamo la visione antropocentrica ancora il discorso non fa una piega! Però ci ostiniamo ancora a far parlare le scimmie, nonostante il loro apparato anatomico non gli consenta di farlo. Mi sembra allora che dovremmo accordarci su quello che intendiamo per intelligenza…non vorrei che pensaste che fosse il caso di un animale parlante e con le nostre abitudini!

Mi è stato suggerito che la confusione nasce dal fatto che si intende l’istinto come una mancanza di intelligenza…dovremmo parlare degli istinti umani? Pensate siano intelligenti i mostri umani come le mamme che uccidono i figli, i violentatori e quelli che guidano in stato di ebbrezza magari investendo qualcuno? Biologicamente parlando, questi comportamenti non sono funzionali, quindi stupidi. A mio parere anche i fedifraghi sono stupidi, ma non voglio allontanarmi troppo dall’argomento.

Ci avviciniamo ancora di più alla domanda iniziale, e per rispondere prendo in considerazione le due specie chiamate in causa: cane e cavallo.

– cane: probabilmente già presente quando gli uomini vivevano ancora sulle palafitte, il Canis familiaris che ebbe origine 12.000 anni fa ha trovato conveniente vivere con l’uomo e ne ha imparato le abitudini. Da quì cani che sanno riconoscere fino a 300 parole…magari la maggior parte per loro non avrebbe senso se vagabondassero con i loro simili, ma acquisiscono importanza se educati in una società che non gli appartiene e che mai gli apparterrà (nonostante i patetici tentativi di fornirli di abiti e accessori costosi o di praticare insieme yoga…).

– cavallo: addomesticato intorno ai 6.000 anni fa, trova la relazione con l’uomo nel momento in cui gli viene chiesta. Ecco l’importanza di tutelare il benessere di questo animale, che troppe volte viene trattato con la forza. Il cavallo potrebbe benissimo continuare la sua vita al pascolo, insieme al branco, e come ogni animale (compreso il cane) preoccuparsi delle uniche cose davvero importanti: sopravvivenza e riproduzione. Le discipline equestri sono già un esempio dell’intelligenza di questo animale, ma io penso che un grosso punteggio a favore di questo erbivoro gigante sia la capacità di “sentire” l’uomo nonostante non ne abbia bisogno (a differenza del cane che trova comodo che li nutriamo). La doma dolce, e la mancanza del rinforzo positivo del cibo nell’addestramento è la prova della collaborazione di questo animale che ci vede come un pericolo, ma che è pronto a fidarsi se lo rispettiamo, lo ascoltiamo e lo ringraziamo per il lavoro e i momenti piacevoli che ci permette di passare.

Insomma, il verdetto finale è che non dobbiamo valutare l’intelligenza per il Dna o per la somiglianza con le nostre abitudini…magari su un altro pianeta i cavalli sarebbero quelli che se la cavano meglio e in qualche modo sarebbero loro ad usare noi!

Posted by
laurarossimartelli

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