Quale tipo di cooperazione rende più intelligenti?

Già in un post precedente si era discusso sull’intelligenza del cavallo, e avevo spiegato che il nostro approccio non può essere antropocentrico, dal momento che l’intelligenza va valutata in relazione alle sfide che devono essere affrontate all’interno di un gruppo sociale (per intenderci, con “intelligenza” non dobbiamo pensare alla capacità di contare di un cavallo, la cui funzione ha poca importanza nel suo ambiente).

A togliere ogni dubbio sull’intelligenza di questo elegante animale mi viene in aiuto la scienza: i ricercatori dell’università di Oxford guidati dalla professoressa Shultz, hanno fatto per la prima volta una mappatura della storia evolutiva cerebrale di cinquecento differenti mammiferi.

Cosa hanno scoperto?

Gli animali con la maggiore quantità di materia grigia sono quelli abituati a vivere in gruppi sociali, a cooperare tra loro.

La classifica:

  1. al primo posto rimangono i nostri parenti più prossimi, le scimmie: tanti studi sono stati fatti e l’analisi genetica non poteva che confermare questo dato
  2. i cavalli. È proprio la coordinazione e la grande organizzazione, fondamentale per la vita in branco, a creare delle sfide e dinamiche che rendono necessario l’adattamento del cervello
  3. delfini
  4. cammelli
  5. cani
  6. gatti. Già, proprio i felini, sempre simbolo di arguzia, sviluppano una minor intelligenza a causa della scarsa interazione sociale.

Da questa classifica notiamo qualcosa che stona con le nostre abitudini:

  • il 58% della popolazione italiana consuma carne di cavallo! Eppure inorridiamo al solo pensiero di mangiare delfini o cani…
  • chi pensava che il cane fosse più intelligente del cavallo c’è rimasto davvero male!

Ritengo che il cane si affidi troppo a noi, è diventato ormai così dipendente che se gli   proponiamo un problema chiede a noi la soluzione piuttosto che pensarci…!

Con il cavallo non abbiamo instaurato una stretta convivenza (non entra ancora nelle nostre case e non passiamo come i cowboy 16 ore al giorno in sella), quindi per entrambi ci è più difficile capirci, e i cavalli hanno più interesse a mantenere un problem solving.

D’altra parte il cane deve fare uno sforzo maggiore per capire il nostro tipo di comunicazione (che troppo spesso è contradditorio!), quindi gli agenti della cooperazione sono cane-uomo (interspecifici).

Nel cavallo, invece, nello studio si fa riferimento alla capacità di collaborazione cavallo-cavallo (intraspecifica). Ma cosa dire delle sfide rappresentate dalla comunicazione interspecifica?

All’inizio del post ho fatto riferimento al famoso cavallo Clever Hans, che sapeva riconoscere un micromovimento e cambiamento nella postura e nel tono di voce del proprietario che contava (inconsapevole di ciò che comunicava), riconoscendo quindi il momento giusto per fermarsi nel battere lo zoccolo a terra. Sto leggendo il libro di Sally Swift, “Centered riding”, che dimostra come bastano le nostre intenzioni per comunicare con il cavallo. Le nostre intenzioni cambiano la nostra respirazione che cambia il nostro assetto, che cambia il peso che grava sul cavallo, cambiando quindi la sua disposizione ai comandi. Nell’equitazione sembra che il cavallo sia a volte pauroso, tonto, ma è come incontrare qualcuno di diffidente e schivo e pensare sia stupido. La natura di preda del cavallo anzi lo porta a leggere con molta velocità le nostre intenzioni: per il cavallo è fondamentale capire subito se costituiamo una minaccia o facciamo parte del branco.

Guardando da questa prospettiva lo studio, sorge un dubbio: è la collaborazione in generale, sia intraspecifica che interspecifica a dare cervelli più grandi? Mi sembra che la comunicazione interspecifica presenti più sfide nella comunicazione, quindi necessiti di un adattamento maggiore del cervello…è vero anche che questa comunicazione è più recente di quella tra specie, quindi bisognerebbe calcolare l’apporto di entrambe sulla grandezza del cervello su una distanza temporale.

Molto del fascino della “nuova” horsemanship è dato proprio dalla soddisfazione di riuscire a comunicare con un animale che pensavamo essere così lontano dai nostri processi mentali:  il cavallo non ricerca la nostra presenza, ma può accettarla con serenità (c’è una variabilità individuale).

Alla fine di questa discussione, spero che nuove ricerche ci porteranno a capire di più sul corretto atteggiamento che dobbiamo tenere noi, per rispettarli, piuttosto delle virtù di questi splendidi animali.

Posted by
laurarossimartelli

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