Web 2.0: nuova fonte di “bisogni elastici”

Vivendo con un comunicatore, mi capita spesso di confrontare il mondo “virtuale” con le dinamiche sociobiologiche, trovando analogie forse bizzarre, ma che tengo a condividere.

Luca Conti (che ha seguito un percorso formativo scientifico e si interessa di tutela ambientale…per dirvi che forse i miei pensieri unificanti non sono poi così pazzerelli!) nel suo libro “Comunicare con twitter” parla di intimità d’ambiente per indicare l’effetto provocato dalla condivisione di piccoli momenti della vita quotidiana attraverso Twitter, con i propri follower. Interessata più al senso generale del libro rispetto alle funzioni operative, sorrido al pensiero di come il codice deontologico, se così si può chiamare, per usufruire del mezzo “Twitter” non sia difforme dal codice comportamentale che sottintende ogni relazione. Si tratta infatti di ascoltare, di non essere invadenti, monotoni, ma essere interessanti, rispettosi, ecc.

Il mio pensiero subito corre alla socialità dei branchi di animali: anche un gruppo di animali ha delle regole da seguire per sopravvivere. Ogni individuo deve svolgere il suo ruolo, altrimenti viene scacciato. Azzardo qualche confronto:

  • se cerchi di salire di rango vieni scacciato (se riempi di pubblicità il tuo profilo su twitter, non rispettandomi e non ascoltandomi, non ti seguo)
  • se diventi debole, diventi un problema per il gruppo che è costretto ad abbandonarti per sopravvivere (se non produci informazioni, facendo il “parassita” che è presente ovunque, ma senza partecipazione attiva, non ti seguo)

Tuttavia, questa è solo la premessa della riflessione principale che riguarda un concetto più ampio:

L’uomo ha dimostrato di essere capace di convogliare sempre più attività che si potevano svolgere solo esternamente, nella propria abitazione: pagamenti on-line, ricerca del lavoro, comunicazioni sotto forma di mail, ecc.

Tuttavia, con l’avvento delle nuove tecnologie si è passati alla fruizione di questi servizi anche al di fuori dell’abitazione, diminuendo le distanze (e i tempi) e creando uno spazio flessibile, in cui la casa sembra non avere confini.

Mi spiego meglio. Una volta si aspettava di rincasare dal lavoro per connettersi a internet e leggere le mail: questa attività richiedeva uno spazio definito (lo schermo di un pc) e un tempo (dedicato solo a quello). Mano a mano i servizi si sono integrati, noi siamo diventati più veloci. Ci ha pensato Skype a ospitare gente a casa nostra e la chat a chiedere “cosa stai facendo?”. La casa da spazio intimo è diventata una piazza virtuale, in qualche modo l’uomo continuava a socializzare anche nella sua “tana”.

La situazione è mutata ancora quando si sono diffusi i cellulari con la connessione a internet: posso leggere le mail quando sono incolonnata nel traffico, o in pausa pranzo, condividendo informazioni ed emozioni fuori di casa con le persone che incontro, fisicamente e virtualmente.  Mi tengo in contatto con la mia rete di amicizia quando ne ho voglia e necessità. Se la prima cosa quando tornavo a casa era connettermi a internet per scaricare le mail (rischiando di perdere messaggi importanti e opportunità lavorative se per un weekend non potevo collegarmi), ora non sono obbligata a farlo: la mia casa è diventata nuovamente una tana, un rifugio, mentre l’interazione ricopre uno spazio fluido, che nasce esternamente (dal contatto con persone reali), si sviluppa da casa (es. iscrizione a FB e scambio di saluti virtuali), per poi crescere nuovamente nell’ambiente esterno sotto molteplici forme e frequenze.

Ora veniamo alla parte sociobiologica!

Secondo Dawkins (1983) i bisogni si dividono in:

  • primari o inelastici: mangiare, bere, riprodursi
  • secondari o elastici: se non sono soddisfatti l’animale non muore, ma può soffrire

Gli ultimi sono importanti per il mantenimento di un normale stato psicologico e cognitivo, e sono quelli per cui le Associazioni in difesa degli animali si battono maggiormente.

Come un branco di lupi che, finita la caccia, se ne torna alla tana per riposare e ripararsi, così la dimensione casalinga sta, a mio avviso, ritornando alle sue radici.

Se andiamo su Wikipedia troviamo la seguente definizione: “per casa si intende una qualunque struttura utilizzata dall’uomo per ripararsi dagli agenti atmosferici e per compiere azioni fondamentali per la vita quali dormire, mangiare, ecc.” Ecco quindi che la casa sembra il luogo eletto per la soddisfazione dei bisogni primari.

Ma grazie ai social network ora siamo più informati e più connessi, riacquistando con il minimo sforzo in termini di tempo e spazio i nostri bisogni secondari.

Last but non least:

Perché molti detrattori dei social network si sono ricreduti? Perché tutto il mondo stava cambiando. Da “banale” conversazione tra amici, scambio giochini, test e simili, si è passati ad un uso personale del mezzo (c’è chi si batte in difesa degli animali, c’è chi si esprime politicamente, c’è chi è interessato a ricevere aggiornamenti su un azienda o eventi da un associazione; insomma, i social sono  diventati un giornale, una sorta di rivista che sfogliamo quotidianamente costituita da gente che conosciamo (e quindi, si spera, per la quale proviamo stima e fiducia).

L’uomo non può fare a meno di condividere, socializzare, promuovere un’identità, trovare il suo spazio (fa parte dei suoi bisogni secondari!): i social network soddisfano i nostri bisogni secondari…siamo noi a fare la differenza tra “essere usati” o “usare il mezzo”.

Vi congedo con “Mitakuye oyasin”, termine con cui gli indiani d’America indicavano la grande rete che lega tutta la natura, esseri umani compresi, per cui una singola azione è in grado di mutare l’intero sistema sociale.

Spero che da questo articolo possano scaturire altre riflessioni, una certa confusione e poca chiarezza (non ho la presunzione di infonderla…!)

Posted by
laurarossimartelli

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