Il desiderio epimeletico: come un cane può soddisfare il bisogno di prendersi cura dell’Altro

In certi periodi ci sentiamo più fragili, smarriamo il nostro centro, dimenticandoci la nostra individualità. E allora pensiamo di recuperarla attraverso le relazioni: è grazie alle persone che riacquistiamo un senso, sono loro ad attribuirci un significato, e noi abbiamo l’illusione di essere linfa della loro esistenza.

Ho così introdotto il desiderio epimeletico dell’uomo, cioè quel desiderio di prendersi cura dell’altro. Perché vogliamo preoccuparci per qualcuno? 

Noi siamo animali sociali, e sappiamo che è importante dimostrare altruismo alla nostra comunità: se abbiamo aiutato, nel momento del bisogno saremo aiutati (l’uomo è biologicamente egoista, su questo non c’è da obiettare). Se romanticamente ci piace pensare che amiamo qualcuno (amico, partner o familiare che sia) dobbiamo sempre fare i conti con le nostre basi biologiche…

La storia di un individuo muta le sue esigenze: se da giovani si tende all’egocentrismo, se non egoismo (è positivo, fa parte di noi, non consideratelo negativo), man mano passano gli anni e così le richieste e le modalità affettive cambiano. Una donna cambia priorità alla nascita del figlio, dedicando tempo, attenzioni ed energie per l’autoconservazione della specie; poi arriva il sentimento chiamato “sindrome del nido vuoto” quando il figlio, diventato grande, esce dal nucleo famigliare, fino al desiderio epimeletico negli anziani, che, sentendosi spesso soli, trovano un ruolo in questa delicata fase della vita prendendosi cura di qualcuno (es. nipote). Ma non tutti gli anziani hanno la fortuna di avere una famiglia o la capacità di occuparsi di questa: la presenza di un cane nella loro vita diventa quindi uno stimolo fortissimo per il riappropriarsi di un’identità. Il cane infatti non giudica l’aspetto né il comportamento, dona amore incondizionato, dipende intimamente dall’uomo, insomma, ci fa stare bene (ritorniamo al desiderio egoistico dell’uomo!). Sono così sorte iniziative di adozione di cani o altri piccoli animali nelle case o in varie strutture geriatriche. 

I progetti più attuabili però sono quelli dove gli animali possono far visita con cadenza settimanale ai pazienti ricoverati, sotto la supervisione di un conduttore e dello staff medico del centro. In questo modo si viene a creare il piacere dell’attesa (come aspettasse la visita di una persona cara…mi permetto di dire che all’anziano a volte un animale dà anche più affetto di certi parenti!), quindi uno stimolo a vivere e una curiosità, che poi è la spinta dell’esistenza. Attraverso varie attività (a seconda dello stato psicofisico il paziente può nutrire, spazzolare, far giocare, portare a passeggio il cane) il paziente si sente importante, riacquistando quel senso della vita di cui parlavo all’inizio. 

È errato poter pensare che la pet-therapy rechi beneficio a tutti. Ad esempio prendersi cura di un cane è già un banco di prova per la coppia per un eventuale ampliamento della famiglia, ma è sbagliato pensare che chi ha un cane sarà un buon genitore mentre chi ha un gatto (dal noto carattere indipendente) non lo sarà. Non dimentichiamoci anche che molte persone sono in grado di far stare bene gli altri e sé stessi, senza aver bisogno di un animale.

Ricordiamo, come accennato nel post precedente, che i benefici dipendono sempre dalla qualità (modalità) della relazione:

i nauseanti eccessi dove il cane viene viziato con accessori innaturali e assolutamente superflui, soddisfano forse il nostro desiderio epimeletico, ma non il benessere del cane (ma questa è l’inizio di un’altra storia…).

I progetti di pet-therapy nelle comunità di recupero si prefiggono come obiettivo quello di ricordare al paziente (es. tossicodipendente) che ha bisogno di prendersi cura di sé e ancor prima accettare che qualcuno si prenda cura di lui. Il gioco sottile di una visita guidata col cane (o altro piccolo animale) è quello di guardare allo specchio “l’Altro da sé”, riconoscendo che, come il “pet”, anche lui ha bisogno di cure o di essere curato  (processo di abduzione).

Ma la realtà non è così semplice: ci sono tante persone che si preoccupano degli animali, trascurando sé stessi (vedi alcune gattare), o che eccedono nella cura altrui come risposta ad una situazione psicologica deprimente/ansiosa. Ecco perché sono più a favore delle visite regolari con gli animali piuttosto che a progetti con animali residenti: la relazione va guidata, e se in questa sede si può accennare a qualche meccanismo, ogni caso è a sè, e ogni paziente, come un albero, ha più radici: possiamo trovarne una e lavorare su quella, ma non dobbiamo dimenticare l’esistenza delle altre.

Posted by
laurarossimartelli

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