Il conduttore di pet-therapy non è solo “arbitro” della relazione

Ripropongo un tema a cui tengo molto, fonte di molteplici discussioni: l’animale in pet-therapy non è strumento!

Da “Attività e terapie assistite dagli animali “ di Roberto Marchesini e Laura Corona:

“La visione zooantropologica non vede nell’animale un farmaco, ma un soggetto che si inserisce all’interno di un piano relazionale da cui discendono effetti referenziali (contributi al cambiamento) che pertanto dipendono dalle caratteristiche della relazione e sono beneficiali nella misura in cui incontrano i bisogni del paziente. L’animale non è né contributo strumentale (l’animale come mezzo) né performativo (l’animale come macchina).

Mentre in una visione sostitutiva si cerca di mitigare la diversità dell’animale, negligendo le sue peculiarità di specie e antropomorfizzandolo, in una visione zooantropologica si valorizza la peculiarità e la diversità dell’animale perché proprio questa diversità permette di realizzare nell’uomo l’apporto referenziale che si ricerca.

L’identità umana emerge nella relazione con il non umano, e l’individuo ha bisogno di questa relazione ovvero riceve da essa contributi referenziali insostituibili. La zooantropologia parte da un presupposto di “non autosufficienza referenziale” dell’uomo, mettendo l’eterospecifico al centro del discorso antropologico, riconoscendo cioè il bisogno dell’uomo della referenza non umana per realizzare le qualità che lo contraddistinguono.

 

In zooantropologia si parla di animale “alterità”, ovvero riconosciuto come referente, e come “partner”, ossia accreditato come referente: acquista così un ruolo attivo nel processo di incontro-confronto. In una produzione referenziale l’animale è coinvolto (inserito nel processo relazionale), non utilizzato.

Piuttosto di “utilizzo dell’animale” in zooantropologia è più corretto parlare di “utilizzo della relazione”.

Gli operatori di pet-therapy in ambito zooantropologico sono arbitri della relazione tra fruitore ed eterospecifico (animale). Occorre quindi che l’operatore sia in grado di preservare l’autenticità del rapporto ma altresì capace di suscitare le dimensioni di relazione utili e deviare le dimensioni di relazione dannose (ad es. contenere le componenti affiliative che potrebbero dar luogo a stress da distacco).

La referenza è fondamentale perché induce espressività e cambiamento: essa può essere un faro, una base sicura, un indirizzo, un elemento accreditativo, un modello, un luogo di scacco, un alleato, un promotore.”

Queste ammalianti parole, tradotte nella parte pratica di una seduta di pet-therapy, trovano la ragion d’essere, creando esperienze che mi auguro presto di potervi raccontare.

Posted by
laurarossimartelli

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