De mente animale

Sabato sera ho assistito a una conferenza del “guru” italiano della cinofilia. Sono cinque anni che mi interesso seriamente all’etologia del cane, quindi liberissimi di smentirmi (ed è anche una mia speranza dialogare e confrontarmi con qualcuno), tuttavia mi sento di esprimere liberamente i miei pensieri sulla base della mia conoscenza ed esperienza.

Premetto che nella mia libreria ci sono due libri di questo autore, che ho studiato e per certi aspetti trovo interessanti e utili per le attività di pet-therapy, soprattutto in ambito pedagogico. Ultimamente mi hanno prestato qualche libro sull’educazione che ho letto e restituito molto volentieri. Purtroppo fino all’altro giorno non mi rendevo conto del substrato alla base di questo metodo: ci sono alcuni punti che ha sottolineato durante la conferenza e sui quali desidero riflettere, perché, magari, l’anello mancante è sotto ai miei occhi e non lo vedo, quindi vi prego di farmelo notare.

“Con ago e filo non cucino una torta”

“Il mondo accademico, purtroppo, insegna ancora le cause filogenetiche e ontogenetiche, spiegando l’animale in maniera meccanicistica, non come mente razionale” . L’approccio è molto romantico, ma per definizione è teorico, è una filosofia e non può avere un risvolto pratico: nella comunicazione con l’animale serve metodo, che è costituito da regole, tecniche e strumenti. Da quanto ho capito il metodo è basato sul permissivismo degli anni ’50: non si punisce mai, gli errori vanno ignorati. Peccato che questo metodo in pedagogia abbia fatto solo disastri! Perché dovremmo riapplicarlo oggi? Effettivamente se sono seduta sul divano e il mio cane rovista nella spazzatura non devo dirgli niente perché lo capirà da solo, magari gli verrà un mal di pancia o magari anche no…Sono diplomata al liceo classico, e la filosofia, se raccontata bene, incanta.Tuttavia trovo che quando si parla di scienza non bisogna rimanere incantati, ma ragionare sui meccanismi, porsi continuamente domande e cercare soluzioni. Le soluzioni esistono già, in natura, non bisogna inventarle! Sono laureata in Biologia con curriculum etologico e posso assicurare che tutte le ricerche, almeno in campo etologico (ma se si sta parlando di un altro argomento allora fermatemi! Pensavo si stesse parlando di comportamento animale!) a cui questa persona si riferisce si basano su un approccio che lui stesso rifiuta!

Questione di definizione

Nel suo CV si trova la seguente dicitura “laureato in Medicina Veterinaria, ha proseguito gli studi universitari in ambito biologico e filosofico”. Tuttavia, è nominato “etologo”. Qualcuno sa qual’è la tesi di etologia che ha portato questa persona a laurearsi? Perché, se non erro, “etologo” si diventa laureandosi con una tesi in etologia. E l’etologia si fonda proprio su cause prossime e remote, che questa persona rifiuta. Posso suggerire un cambio di appellativo? Magari solo “veterinario”. È nel lontano 2002 che scrissi al Prof. Danilo Mainardi chiedendo come potevo diventare etologa, e mi rispose che questa era l’unica strada. Quindi, scusate, ma sono confusa! Però ripeto, spero di essere smentita e porgere le mie scuse a questa persona!

Il buio esiste perché c’è la luce, e viceversa

“Lavoravo come veterinario ma poi mi sono stufato della gente”. Nella sua capacità di demagogo (bisogna riconoscerlo, è bravissimo in questo) è così concentrato su di sé da dimenticare che si sta rivolgendo a noi, che siamo delle persone! Anch’io ingenuamente mi iscrissi a Scienze Naturali perché non mi piacevano le persone e volevo lavorare con gli animali. Pensavo che il mio futuro sarebbe stato vivere come Jane Goodall nella foresta insieme agli scimpanzé. Poi mi accorsi che per aiutare gli animali dovevo rivolgermi alle persone, e così scoprii che non erano poi così male, e che l’aspetto della relazione uomo e animale è forse uno dei campi scientifici più interessanti, almeno, per me lo è e trovare benessere in questo binomio è diventata la mia missione. E non occorreva andare in Africa per farlo.

L’effetto virale

Il trucco del doppiogiochista: ti ingrazi il mondo accademico (non tutto per fortuna!) grazie alla tua proprietà di linguaggio, e poi arrivi alla gente “comune”, sporcandoti continuamente la bocca di parolacce che tanto piacciono al popolo italiano. Se questo è “entrare in empatia”…

Sono molto dispiaciuta per tutte le persone che hanno una solida base accademica e poi sono cadute nella tela del ragno filosofo…

Ci sarebbero molte cose da aggiungere, critiche più scientifiche al suo metodo, ma sono sicura che partoriranno in un secondo momento, in altri post, mescolate ad altre riflessioni. Anche perché, prima di rifletterci ulteriormente, aspetto una vostra smentita!

Visto che entrambi ci troviamo d’accordo sull’importanza dell’empatia, ci tengo a dare un consiglio a chi vuole intraprendere un percorso con il suo cane, professionalizzante, educativo o ludico che sia. Riflettete sempre sui meccanismi alla base dei comportamenti. Provate solo a pensare che non c’è “il metodo”, ma “i metodi”. Non consideratevi ignoranti e per questo incapaci a dare un suggerimento o una spiegazione corretta. Studiate i diversi punti di vista, ascoltate tutti e poi, con la vostra testa, costruite il puzzle con i pezzi che avete a disposizione. Molti educatori oggi dicono: “i migliori maestri sono i miei clienti”, ma questa affermazione suona più come uno slogan pubblicitario che come un pensiero sincero. Oggi sono tutti educatori, gli addestratori sono stati emarginati, e anche il metodo “gentile” è stato superato dal nuovo “cognitivismo zooantropologico”. Attenzione che competenze sulla mente umana applicate alla mente animale generano un Frankenstein con conseguenze inaspettate. Eppure per gli OGM si discute ancora tanto…

Posted by
laurarossimartelli

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