Il legame nei cuccioli

Molti testi e tutti i corsi di educazione cinofila fanno riferimento ai 4 periodi di sviluppo di un cane. Ho sempre trovato una certa “rigidità”, confusione e fretta nel descriverli, come se ci fossero delle tappe fisse nello sviluppo ontogenetico che l’ambiente circostante non fosse in grado di modificare più di tanto.

Nel libro “Genetica del cane” di Marca Burns e Margaret N. Fraser invece c’è un capitolo dedicato alla formazione del comportamento: ho trovato alcune informazioni molto interessanti e desidero condividerle con voi.

Dal momento che i fattori genetici e ambientali non possono agire indipendentemente nello sviluppo e nella differenziazione del comportamento, è chiaro che una variabile principale è rappresentata dall’età in cui la stimolazione viene applicata al cucciolo. Di grande importanza per gli allevatori e gli addestratori sono pertanto i risultati ottenuti da Scott circa i periodi critici durante il primo sviluppo dei cuccioli, sui quali si sono accentrati molti esperimenti interessanti. (Scott 1958, Scott e Marston, fuller e DuBuis, Pfaffenberger, 1963). Scott ha definito il periodo critico come un momento particolare della vita in cui un piccolo apporto di esperienza produrrà un grande effetto sul comportamento successivo. Sulla base di questi periodi critici, talvolta chiamati l’orario delle esperienze, può darsi che debbano essere riconsiderate certe idee sull’addestramento.

Eviterò di annoiare e confondere il lettore con la lista dei quattro periodi critici, che sono di facile reperibilità su internet, e sui quali tutti gli educatori cinofili (almeno spero!) sono d’accordo.

Periodi critici dello sviluppo

Pfaffenberger (1963) descrivendo gli esperimenti del Jackson Laboratory sottolinea che l’arco di tempo fra la 3° e la 4° settimana di vita in cui crescono la consapevolezza e l’apprendimento è talmente cruciale nella vita di un cane che gli è assolutamente necessaria la presenza della madre per rassicurarlo: l’allontanamento da lei per un tempo considerevole durante questi sette giorni può risultare in un effetto molto negativo. Se un cucciolo deve essere divezzato all’incirca in questo periodo, Pfaffenberger raccomanda, al fine di evitare degli sconvolgimenti emozionali che potrebbero avere un effetto duraturo sul suo comportamento, di farlo subito prima del ventunesimo giorno o dopo il ventottesimo. Dal ventottesimo giorno il cucciolo è abbastanza stabilizzato dal punto di vista emotivo da potergli insegnare cose semplici.

Lo sviluppo fisico, emozionale e mentale seguono un decorso parallelo e il carattere del cane si forma tra l’inizio del periodo di apprendimento a tre settimane e l’età di sedici settimane. La maggior parte delle differenze genetiche, eccetto quelle legate alla riproduzione, sembrano presenti fra la decima e la dodicesima settimana (Scott e Fuller, 1951). Considerando che acquistiamo un cane a otto settimane di vita, ci rendiamo conto di quanto sia importante la relazione e le esperienze che gli offriamo in questo periodo!

In base alla propria esperienza nell’addestramento di cani guida, Pfaffenberger afferma che indipendentemente dagli aspetti positivi del carattere ereditati da un cane, “se non si dà loro la possibilità di essere espressi prima che il cucciolo raggiunga le sedici settimane, questi non sarà mai bravo quanto avrebbe potuto essere”: sarà refrattario a qualsiasi addestramento, la sua capacità di adattarsi a far da compagno all’uomo sarà limitata e potrà anche diventare in seguito e per sempre un prepotente o un vinto. Un addestramento serio, cioè una disciplina, opposta all’addestramento per gioco, dovrebbe incominciare tra le dodici e le sedici settimane. 

Un esperimento ha coinvolto dei Beagle allevati in un campo senza contatto umano fino alle 12 settimane di vita, quando sono stati fatti lentamente socializzare. Quando li si avvicinava si accucciavano, mostrando l’istinto, proprio del branco selvaggio, di stringersi assieme. Normalmente i Beagle amano la gente e socializzano facilmente, mentre questi cuccioli non hanno sviluppato nessun attaccamento agli esseri umani: a 12 settimane è per essi già difficile adattarsi quel tanto da risultare bene accetti come cani da compagnia. I loro atteggiamenti sono già fissati in via definitiva, e soltanto il massimo di cure e di attenzioni potrà renderli accettabili. Ogni cucciolo dovrà essere trattato come un individuo, allontanandolo dai fratelli: finora non è stato trattato come tale, e non ha legami con la gente (Pfaffenberger 1963). 
 
Analizzando il ruolo dell’ambiente della prima età nello sviluppo di potenziali capacità ereditarie si è trovato (Clarke et al. 1951) che i cuccioli Scottish Terrier allevati fino all’età di sette mesi e mezzo in una gabbia da cui non potevano vedere al di fuori, con contatto umano minimo (ambiente limitato), mostravano minore abilità a risolvere problemi di test rispetto ai loro fratelli allevati come cani da compagnia (ambiente complesso), e manifestavano un considerevole disturbo del comportamento sociale e della motivazione; continuavano a strappare o masticare fogli di giornale per periodi di tempo più lunghi dei cani allevati normalmente i quali possedevano un livello di attività consistentemente più alto. Altri analoghi esperimenti con questa razza hanno confermato i risultati mostrando che la segregazione ha un effetto ritardante sulla comparsa di un comportamento sociale adulto e normale, sia nei confronti di altri cani che nell’uomo (Melzack e Thompson). Nel caso di cani allevati in isolamento parziale, un anno di vita in ambiente normale li pone in condizioni di superare in larga misura gli effetti deleteri che la segregazione esercita sulla loro risposta all’uomo. 
 

Un’ulteriore conferma che il modulo ereditario del comportamento adattativo emozionale, come la reazione di fuga o l’aggressione, sorge solo dopo una considerevole esperienza per un lungo periodo in ambiente stimolante, fu ottenuta in uno studio dell’interazione tra ereditarietà e apprendimento nel determinare il comportamento emotivo (Thompson e Melzack):

Dopo tre settimane che erano stati fatti uscire da una gabbia con pareti opache, in cui erano cresciuti fino all’età di sette-dieci mesi senza mai vedere il loro custode, vennero mostrati ai cani degli strani oggetti, come un pallone che si gonfiava lentamente o un ombrello che si apriva. Mentre gli animali allevati normalmente rispondevano solitamente scappando senza eccitarsi troppo, quelli allevati in ambiente limitato si agitavano, ma mostravano scarsa capacità di reazione. Un anno più tardi i cani normali cui venivano mostrati gli stessi oggetti li attaccavano con giocosa aggressività, mentre gli altri, pur mostrando una certa eccitazione complessiva, avevano sviluppato un conseguente comportamento di fuga, paragonabile alla risposta data negli esperimenti precedenti dai cuccioli normali; e anche nei test di intelligenza commettevano il 50% di errori in più. 

Venne anche notato nei cani tenuti rinchiusi che la fuga dal dolore non è un semplice atto riflesso: se la risposta appropriata al dolore non viene appresa nell’infanzia sembra anzi che la risposta normale non venga mai raggiunta. Thompson e Melzack concludono da queste constatazioni che l’individuo necessita di una certa azione di disturbo e di stimolo per vivere normalmente ed in modo completo: soprattutto durante i primi periodi, più formativi, della vita, l’isolamento può produrre degli individui che resteranno per sempre immaturi. 

Cuccioli a confronto

Dal momento che stiamo discutendo di cuccioli, trovo notevoli analogie con un altro Mammifero: l’uomo. Anche un neonato è un essere sofisticato, intimamente legato all’ambiente circostante. È facile venire sopraffatti dalle emozioni, e accontentarli (il più delle volte offrendo loro cibo di cui non hanno bisogno), piuttosto che permettere loro l’esperienza del pianto e della risoluzione del problema. È lo stesso meccanismo che scatta quando sentiamo piangere il nostro cucciolo la prima notte: dobbiamo rassicurarlo con la nostra presenza, ma rispettarlo nella sua alterità, insegnandogli tutta l’autonomia possibile per la sua età. È grazie al nostro modo di fare che tutti i cuccioli, umani e non umani, imparano come si gestiscono le emozioni forti, e un certo grado di disarmonia, se poi viene risolta, contribuisce allo sviluppo. Una volta impostate delle basi, il cucciolo riuscirà ad accettare che gli vengano posti dei limiti. Le difficoltà che troviamo nel dire “no” sono condizionate da molti fattori, che possono essere in relazione con la nostra storia, con la nostra situazione attuale e con l’immagine che abbiamo di noi stessi. A volte dire “no” è utile in quanto apre un intervallo, uno spazio in cui possono verificarsi altri eventi. Da questo punto di vista non è tanto una restrizione, quanto un’occasione per il dispiegarsi della creatività (Asha Phillips, 1999).

Sommario

Acquistiamo cuccioli che hanno già due mesi di vita, ma quanti si chiedono cosa sia successo prima? Sappiamo poco dello sviluppo di un cane. Chiamiamo l’addestratore che ci consiglia di partecipare ad un corso di addestramento appena all’età di 6 o 7 mesi, oppure ci sono le “puppy class”, cioè le classi di socializzazione dei cuccioli: utilissime se fatte bene, è vero infatti che si impara giocando, e le trovo importantissime per la socializzazione con gli altri cani, ma mi risulta che si può accedere solo dalla diciottesima settimana (immagino non si possa anticipare per problemi legati alle vaccinazioni). Inoltre come il bambino che in asilo è un modello comportamentale e a casa è una peste, non viene aiutato il proprietario nella disciplina, soprattutto nell’ambiente famigliare: essa dovrebbe essere un sapere fondamentale che il proprietario deve avere dal momento in cui il cucciolo varca per la prima volta la soglia di casa. Se vengono rispettate certe regole, e passaggi spazio-temporali graduali (es. da un microambiente al resto della casa, seguendo i momenti della crescita), verrà data la possibilità al proprietario di formare un cane educato e in armonia con la famiglia, e con la società, evitando di ricorrere a behaviouristi che hanno il difficile compito di risolvere problemi comportamentali, laddove abitudini e stili di vita sono fissati. Se non riusciamo a sentir piangere per più di un minuto un cucciolo e/o un bambino facciamo lo sforzo di interpretare la realtà secondo l’esperienza di chi piange, non come figura di accudimento. Accudire è rispondere ai bisogni, laddove l’individuo richiede il nostro intervento. Anticipare soluzioni porta all’incapacità del soggetto di pensare, e ad un adulto incapace a trovare soluzioni, ansioso e frustrato.

Note

Nonostante la bibliografia un po’datata, trovo attuali le considerazioni fatte. Tuttavia, se qualcuno vuol farmi presente ricerche più recenti che confutano questo approccio, non esiti a farlo.

 

Posted by
laurarossimartelli

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