SperimentiAmo: e se la vita non fosse una fiaba?

Finora mi sono tenuta distante dal tema della sperimentazione animale perché l’ho sempre considerato molto delicato, e non mi interessava aggiungere un altra opinione in merito, già il web ne era pieno in modo nauseante. Tuttavia l’ultimo episodio mi ha definitivamente dissociata da un gruppo di persone che non mi rappresenta: gli attivisti che vogliono imporre i propri valori come codice etico.

Dal momento che occorre ragionare prima di passare alle azioni, ho pensato che potevo portare qualche informazione in più, quindi desidero portare fatti (a cui seguiranno naturalmente opinioni).

L’occasione per scrivere qualche riga al riguardo è stata appunto l’ultimo blitz animalista, al Dipartimento di Farmacologia di Milano. Questo articolo riassume perfettamente il mio pensiero, quindi non aggiungerò altro, e vi consiglio caldamente di leggerlo.

Premessa: lunga ma doverosa

Ora, ci sono circa 400.000 famiglie in Italia che ogni giorno si prendono cura del proprio figlio autistico, ricevono scarsi aiuti economici da parte dello Stato e compiono tanti sacrifici per dare il massimo delle cure e attenzione ai propri figli, resistendo grazie a qualcuno che gli ripete ”ci stiamo lavorando, vedrai che la cura uscirà!”. Questo è un esempio, ma le sindromi a cui si stava lavorando in quel laboratorio erano parecchie, e non solo rivolte a bambini.

Non so se avete mai avuto a che fare con persone speciali e diversamente abili, forse sarebbe più facile capire il mio punto di vista (e quello di tanti altri collaboratori: medici, educatori, psicologi, ecc.).

Probabilmente questi attivisti non conoscono questa realtà o pensano che ci siano metodi alternativi e che per svariati interessi, soprattutto economici, i ricercatori vogliono continuare a sperimentare su animali. Sembra quasi ci sia una mancanza di comunicazione: entrambe le parti, animalisti e ricercatori, vorrebbero guarire le persone malate e non sperimentare su animali, ma questa soluzione è fiabesca, non reale.

Premetto che sono sempre stata molto sensibile alla questione animalista, tant’è che alle medie ho presentato una tesina sul movimento antivivisezionista (con l’aiuto della zia animalista) che non ha avuto successo tra gli insegnanti; a quei tempi le condizioni nei laboratori erano sicuramente peggiori, e si preferiva non toccare l’argomento. Molti non conoscevano, e ancora oggi non sanno, che si sperimenta sugli animali. Ora la questione arriva anche a chi non si interessa di questi temi, ma, a mio parere, è disinformazione.

Per 20 anni ho cercato di convincere le persone che esistono metodi alternativi. Sono entrata a far parte della LAV, come attivista, perché era un associazione che chiedeva il cambiamento in modo educato, istituzionale. Ho assistito alla conferenza di Cagno a cui è seguito un articolo su questo blog. Credevo a tutto, senza pormi troppe domande.

Poi il mio percorso mi ha portato ad occuparmi, per lavoro e per diletto, di animali, e di persone con disturbi psicofisici, quindi ho deciso di chiarire le idee (in primis chiarirle a me!). Il tempo di un articolo è troppo breve per fare un quadro completo della situazione, quindi mi concentro solo su alcuni punti. Per farlo farò riferimento al corso sull’Animale Care che ho frequentato all’università: era tra i corsi opzionali e l’ho scelto proprio per capire cosa si insegnasse ai futuri operatori…Ecco cosa ho imparato:

I fatti

Intanto il corso era tenuto da una Prof.ssa sostenitrice della tesi “purtroppo non ci sono a tutt’oggi sempre metodi alternativi” e vi assicuro che non c’è proprio niente di sadico in lei: è un docente e ricercatore di etologia con tanti esperimenti comportamentali alle spalle. Adora i suoi cani, amandoli come figli.

Ritornando ai fatti, ho imparato che gli operatori devono sempre valutare possibili arricchimenti ambientali (come rendere stimolante e “naturale” un ambiente artificiale), saper riconoscere lo stress e il dolore dell’animale. Ed esiste una storia dei metodi alternativi, vediamone brevemente alcune tappe:

  • nel ’59 fanno la comparsa le tre 3 (replacement, reduction, refinement)
  • negli anni ’60 i governi incominciano a finanziare la ricerca sui metodi alternativi
  • nel ’62 nasce il centro europeo per la convalida dei metodi alternativi (l’OCSE decide di abolire il test di tossicità acuta DL50)
  • nel 1993 il dipartimento dei trasporti degli USA è il primo ente federale che accetta il test in vitro per la corrosività cutanea.

La mentalità nei laboratori comincia a cambiare.

La direttiva europea 86/609/CEE in materia “protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici”, impone di sostituire o ridurre il più possibile il numero degli animali utilizzati. L’articolo 7.2 afferma che: “un esperimento su un animale non dovrà essere eseguito se è disponibile un altro metodo scientificamente soddisfacente per ottenere il risultato cercato che non implichi l’uso di animali”.

L’art. 23.1 afferma che il governo dovrebbe promuovere le alternative:

“La Commissione e gli Stati Membri dovrebbero incoraggiare la ricerca nello sviluppo e nella validazione di tecniche alternative, che possano fornire lo stesso livello di informazione ottenuto dagli esperimenti su animali, ma che utilizzino meno animali o che comportino procedure meno dolorose”.

Per quanto riguarda i test di tossicità sono state sviluppate negli ultimi vent’anni diverse metodologie:

  • colture di cellule e di tessuti umani (es.la placenta),
  • microorganismi (es.test che identifica le sostanze chimiche che danneggiano il Dna delle cellule),
  • modelli matematici computerizzati…velocizza le procedure: i ricercatori ci tengono a questo aspetto, non credete? (es. QSARS e DEREK…Harvey è un manichino in lattice realizzato nel 1992 ed è un simulatore computerizzato di patologie cardiovascolari),
  • tecniche non-invasive per immagini (studio della struttura e dell’attività cerebrale in vivo, es.TAC, risonanza magnetica, PET, EEG),
  • sistemi artificiali (modelli in vitro che simulano una parte del corpo umano).

Purtroppo, ci sono varie questioni che rendono poco applicabile l’uso di questi metodi alternativi:

  • problemi, soprattutto di carattere organizzativo, nella validazione di questi metodi
  • molti metodi alternativi non sono “sostitutivi”, cioè usano ancora parti di animali uccisi appositamente
  • difficoltà nel reperire tessuti umani utilizzabili per i test di tossicità e la ricerca (causa mancanza di organizzazione e normative su questo tema)

 Le opinioni

Quindi, è giusto, anzi giustissimo, insistere sui metodi alternativi, LADDOVE è POSSIBILE!

Posso capire il sentimento animalista, e credo che tutti siano liberi di scegliere i propri valori, ma attenzione, non segue che tutte le scelte e i sistemi di valori possono essere chiamati etici.

Per quanto mi riguarda sento di avere delle responsabilità sociali…e non è un gioco tra buoni e cattivi, non c’è nessun lieto fine. E non vedo possibilità di discussione quando c’è di mezzo il fanatismo, ed è questo a preoccuparmi tantissimo (non solo nell’ambito scientifico!).

Sono rattristata per questo accanimento cieco,  proprio in un momento così difficile per il nostro Paese, quando un Napolitano parla di “angoscioso crescere della disoccupazione, del problema della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro…di effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili…”

Ricordo inoltre che dal marzo scorso è entrato in vigore in divieto di commercializzazione dei prodotti cosmetici testati su animali: possiamo gioire per questo o dobbiamo mostrarci malEducati urlando “assassini”? Tra l’altro, come spiegato nell’articolo segnalato all’inizio, molti di quegli animali salvati probabilmente moriranno…e allora a che pro? Purtroppo conosco già la risposta, perché anch’io una volta ero indottrinata. Sapete, c’è un difficile e doloroso passaggio che prima o poi bisogna fare: quello dall’adolescenza all’età adulta. Mentre da ragazzo puoi permetterti le battaglie ideologiche, i sentimenti estremi, la cecità in nome delle tue passioni, quando cresci devi razionalizzare, buttare giù la pastiglia amara e uscire dal gruppo per pensare con la tua testa: certo, si hanno meno seguaci, ma si ha maggiore libertà di amare. Credetemi.

Arrivati a questo punto penserete “ma chi è questa?!”. Io sono una biologa (specializzata in comportamento animale, non biomedico), e pet-therapista, cioè promuovo un mondo in cui uomini e animali continuino ad aiutarsi, vicendevolmente. C’è qualcosa, di quantificabile e misurabile qualitativamente, di fortemente terapeutico nella relazione tra uomini e animali, e il fanatismo la sta solo ostacolando. Perché dover decidere chi “sacrificare”? Cerchiamo di unire le conoscenze di tutti e di promuovere la ricerca, possibilmente con metodi alternativi. A parte la gravità del gesto (quegli animali liberati potrebbero soffrire di più adesso, senza farmaci anestetici o altre cure di cui il personale era a conoscenza, e potrebbero essere vettori di virus con effetti importanti che non voglio immaginare), cosa risolviamo con le urla, le catene e i furti?

 

 

 

 

 

 

 

Posted by
laurarossimartelli

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