Chiacchierata etologica: cani o figli? Analogie o differenze?

Per lavoro e per urgenza personale sto approfondendo letture di pedagogia, e mi sto rendendo conto da una parte di quanto sarebbe utile che tutti studiassimo questa materia, in secondo luogo è la conferma di quanto già supponevo: quante analogie con gli animali,  ma anche quante diversità di cui occorre tener presente!

Ci sono persone che dicono di trattare gli animali come fossero loro figli, e/o di volergli bene allo stesso modo. Purtroppo, nonostante anch’io voglia un bene dell’anima ai miei e li chiami “i miei bambini” non sono d’accordo con tali affermazioni. 

Innanzitutto con un animale d’affezione possiamo sentirci affini ed empatici, ma geneticamente non abbiamo niente in comune, quindi investiremo meno energie e tempo nella sua crescita. Perché? Il figlio è l’unica possibilità di sopravvivenza che ha l’essere umano, e questa è la spinta biologica che ci mantiene vivi (non fraintendetemi, con questo non sto dicendo che la famiglia è composta solo da un uomo e da una donna!).

E poi la mente umana è molto più complessa (anche perché esposta a maggior stimoli), quindi la relazione e l’educazione delle due specie sono un po’ diverse.

Consiglio la lettura “Da zero a tre anni” di Piero Angela, da cui sono scaturite riflessioni etologiche che hanno il sapore delle chiacchierate con l’altro Piero, mio marito.

 

Premessa

Sulla straordinaria capacità che ha un organismo giovane di adattarsi all’ambiente esistono numerosi studi. Questo ci fa capire quanto sia importante porci da subito come educatori, e non aspettare, delegando alla scuola, alla società o al caso.

All’Università del Connecticut sono stati fatti alcuni esperimenti, ad es.prendere dei topini appena nati e toglierli dalla gabbia, “massaggiarli” per alcuni minuti e rimetterli in gabbia. Sembra che i topini massaggiati diventino da adulti più curiosi, adattabili e resistenti alle malattie, perfino al cancro. Ancora, all’Università di Berkeley in California si è visto che i topini posti in condizioni di apprendimento stimolante presentavano, nei confronti di altri topini tenuti isolati in gabbia, vere modificazioni misurabili: un aumento della corteccia, un arricchimento biochimico nel cervello, e un ispessimento delle sinapsi.

Lo stato d’animo del soggetto è elemento essenziale durante l’apprendimento, che deve richiedere partecipazione da parte del bambino o dell’animale. Riflettiamo sui giochi educativi poco stimolanti, in quanto ogni volta che si insegna qualcosa a un cucciolo (umano o animale) gli si impedisce di scoprirla da solo. Ecco perché dobbiamo proporre giochi in cui lui si senta attivo e non passivo.  In fondo, divertire significa “destare interesse”, e ludendo docere è una regola che non si dovrebbe mai dimenticare.

 

E adesso cominciamo con le domande!

 

“Devo usare la vocina stupida con il bambino?” oppure “Ma il mio cane capisce se gli faccio la vocina carina?” 

Mentre con il neonato è importante usare un linguaggio esclusivo, condendolo con smorfie per attirare l’attenzione su di se e cominciare un dialogo emotivo, con il cane bisogna fare l’esatto contrario.

Per sviluppare le abilità cognitive (in particolare il linguaggio nel bambino) la regola dovrebbe essere: parlare molto, ripetere e spiegare.

Notiamo subito la differenza con l’educazione del cane: parlare poco (il cane guarda la tua gestualità e postura, ti ascolta poco), non ripetere (almeno non subito, es. “seduta, seduta, seduta!” perché il cane ti ha già sentito la prima volta), spiegare (a che serve? A volte solo a noi, ma non ci stiamo relazionando con il cane bensì giustificandoci con l’umano che ci sta osservando).

 

“Un cane mi rovinerebbe la casa” oppure “questa casa è pericolosa per un bambino”.

Se desideriamo veramente avere un cucciolo, animale o umano che sia, dobbiamo capire che occorre trasformare la casa in funzione del nuovo arrivato, e non viceversa. Infatti, per quanto bravo ed educato sia, il cucciolo deve sperimentare. Se non siamo disposti a cambiare, nessuno ci costringe ad allargare la famiglia.

 

“Corso di obbedienza o no?” oppure “Asilo o no?”

Dovrebbe essere un servizio sociale fatto bene. La qualità degli istruttori o educatori è fondamentale, se si vuole ottenere un essere che pensa in modo indipendente. È importante che ci sia del tempo di qualità da passare insieme, che non ci siano frustrazioni in famiglia e che non sia un “delegare” l’educazione, per la quale lo sforzo maggiore deve essere fatto a casa (e da parte di tutti i membri della famiglia!). Dovrebbero esserci programmi (non solo televisivi come “SOS tata” o analoghi per i cani) di intervento nelle famiglie, perché ognuno di noi dovrebbe avere nozioni di pedagogia e apprendimento.

Crescere un figlio, soddisfare i suoi bisogni primari è gratificante per il genitore, ma renderlo responsabile e protagonista del suo sviluppo cognitivo nobilita ancora di più il suo compito. Stesso discorso per il cane: stimolare la sua mente, sviluppando le sue doti e riuscire a comunicare con lui, è molto più gratificante di pensarlo come un automa.

 

“Rinforzo positivo o punizione?” oppure “permissivismo o autoritarismo?”

Il discorso sulle metodologie di apprendimento (vedi Skinner) è ampio e meriterebbe un articolo a sé. Idem per l’approccio pedagogico.

L’apprendimento avviene attraverso un sistema premi-punizioni che non può essere soppresso, e che fa inevitabilmente parte dell’educazione. Bisogna tendere a una combinazione di disciplina e “occasioni di scelta”.

Certo è che i nuovi miti sulla libertà rischiano di produrre guasti altrettanto gravi di un’educazione autoritaria. Secondo me, c’è un approccio che tanto vale per il cane quanto per il cucciolo umano: è auspicabile essere coerenti, calmi e assertivi. Se bisogna dire “no” occorre essere convinti della decisione presa (prima meglio pensare a dei valori o abitudini da seguire in famiglia…tutta la famiglia!), e dare sempre un’alternativa, in quanto, come detto sopra, l’apprendimento ha a che fare molto con le emozioni. Diremo no al cane che ci ruba il calzino quindi, ma sostituiremo l’oggetto rubato con il suo giocattolo. Diremo no al bambino che vuole uscire a giocare sul balcone spiegandogli che fa troppo freddo e poi gli verrebbe male al pancino, e sostituiremo il gioco ambito con una divertente attività da fare in casa. Se non gli diamo l’alternativa o la spiegazione non lo educhiamo, ma lo rendiamo pericolosamente dipendente, incapace da adulto di creare il suo sistema premi-punizioni.

Un aspetto che trovo ancora più interessante invece è il discorso sui condizionamenti.

Noi non vogliamo che i nostri figli vengano condizionati da certi modelli a scuola, o in tv, ecc. Ma se volessimo veramente evitare di condizionare un individuo bisognerebbe evitare addirittura di parlargli, o di mostrargli immagini o di fornirgli qualsiasi esperienza (mio marito Piero, esperto in comunicazione, questo discorso me lo fece ancora tempo addietro, quando pensavo di non essere vittima dei condizionamenti!). Ma se anche fosse possibile in quel caso il cervello smetterebbe di funzionare, sarebbe come un computer senza programmi. Noi piuttosto abbiamo la possibilità di autocondizionarci attraverso la continua ricomposizione delle nostre esperienze. Concludendo, il cervello del bambino non può sottrarsi al condizionamento degli educatori, anzi l’attività mentale nasce proprio da questi condizionamenti; ne è in un certo senso il risultato.

Così come il cervello del cane non può sottrarsi alle esperienze che vive con e senza di noi. Per quanto vogliamo insegnare al cane certi comandi, lui si autocondizionerà osservando i nostri micromovimenti che anticipano un azione per lui interessante (ad es. stiracchiarsi sulla scrivania è preludio alla passeggiata), desterà attenzione a certe parole che diremo o ricorrono in casa, e così via. Ecco perché è molto importante la coerenza fra tutti i membri della famiglia: per facilitare il suo apprendimento.

 

 

Concludendo, “c’è un manuale per crescere un figlio o avere un cane?”

No, perché sta all’individuo miscelare la genetica del cucciolo, adattandola all’ambiente in cui vive, stimolarlo, divertirlo ma allo stesso tempo imporre disciplina, lavorando su di sé per dare il buon esempio. In natura vediamo come le madri hanno un istinto. Impariamo a seguirlo anche noi. La complessa società in cui siamo inseriti ci obbliga a continui ripensamenti e riconversioni, ma se teniamo saldi i nostri valori, potremo insegnare a guidare in questa giungla.

L’educazione è un fatto troppo legato a situazioni personali perché si possano proporre artificialmente dei contenuti validi per ogni contenitore. La scuola istruisce, non educa. Il compito più complesso spetta a noi, ma questo è il bello della vita, della nostra umanità.

Posted by
laurarossimartelli

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