Tra pedagogia e didattica speciale

Ho appena terminato di studiare il libro “Disabilità, cura educativa e progetto di vita – Tra pedagogia e didattica speciale” di Roberto Franchini. Nonostante la partenza filosofica renda ostica la lettura ai più, termina con griglie ed esempi pratici, metodologie efficaci per gli addetti al settore. Ma è nel mezzo che si estrapola il vero senso del testo, che riesce a guardare la disabilità con una prospettiva che ho apprezzato molto e di cui ripropongo alcuni passaggi. La trovo interessante non solo per gli operatori, ma anche per le famiglie e per la comunità intera.

Teoria

Partiamo da una domanda!

Davvero la difficoltà che la persona può sperimentare nell’esercitare le normali azioni della vita quotidiana dipende univocamente e presuntivamente da un danno di natura patologica?

Non è sostenibile: quante e quali situazioni, emozioni e convinzioni irrazionali possono in realtà limitare l’uomo nell’agire, bloccando e inibendo la sua iniziativa e la sua libertà personale. In molte situazioni quindi non è così importante l’intervento specializzato del professionista clinico, piuttosto la progettualità pedagogica della comunità educante.

Non è cosa di poco conto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità consideri alla stregua di un grave svantaggio, paragonabile a quello rappresentato dalla patologia, o comunque dalla disabilità, il mancato o limitato perseguimento del progetto personale, identificato mediante il concetto di ruolo e indagato nella dinamica interazione tra ciò che l’individuo riesce a essere e ciò che la società continuamente gli chiede di diventare. L’handicap diventa quindi più una questione educativa piuttosto che una problematica clinica e riabilitativa. Si tratta quindi di liberare le energie progettuali di un individuo in situazione di handicap.

Dal 2003 si è passati dal termine “disabile” a “diversamente abile” per dare una lettura positiva delle caratteristiche possedute dalla persona, esigendo che la conoscenza del soggetto parta da ciò che ha e le abilità che dimostra, non da ciò che non ha.

Tuttavia il termine disabilità rimane nei manuali, a patto che la trasformazione semantica sia compresa.

La relazione educativa si sostiene su un piano di riconoscimento della dignità della persona, su una forma di amore pedagogico. L’amore pedagogico equivale a una percezione profonda dell’originale valore connesso ad ogni persona, a un trascendente senso di stupore e di meraviglia di fronte al miracolo dell’essere. L’amore pedagogico favorisce un’equilibrata e non possessiva assunzione di responsabilità sul ben-essere e sullo sviluppo evolutivo di colui con il quale ci si pone in relazione.

Il dialogo con la famiglia è condizione essenziale per una corretta impostazione della relazione educativa. Occorre evitare la “sindrome di Penelope”: l’educatore tesse e la famiglia disfa, o viceversa. L’operatore avrà il suo bagaglio professionale di tecniche e strumenti, ma avrà come oggetto di studio solo il disturbo. La famiglia invece ha una conoscenza intima del figlio e della sua storia (non a caso la maggior parte delle abilità comunicative vengono usate a casa piuttosto che a scuola). Quindi occorre ridimensionare il ruolo dell’operatore esperto, ricordandogli che tutto ciò che egli è stato in grado di osservare non equivale necessariamente a tutto ciò che il bambino è in grado di fare. Su questo principio di reciprocità nasce la possibilità di inventare modalità comuni di osservazione e valutazione del soggetto in educazione. La famiglia supera così il senso di estraneità verso la didattica formale, non c’è nessun esperto che persuade e l’altro che ascolta e si convince, ma una complementarietà di ruoli differenti e diversamente esperti. Perché ricordiamo che aiutare la persona significa aiutare la famiglia. Il benessere individuale così si fonde col benessere comunitario.

Sistematica

Concludendo, solo un assaggio dei passaggi richiesti dalla metodologia di intervento descritta nel testo.

Ci sono tre passaggi fondamentali che garantiscono un’efficace impostazione dell’azione di aiuto:

  1. la diagnosi funzionale: la descrizione analitica della compromissione funzionale dello stato psico-fisico del soggetto, intesa come comprensione del funzionamento della persona, della sua attività e della sua partecipazione sociale in rapporto a molteplici fattori personali e ambientali.
  2. il profilo dinamico funzionale
  3. il piano educativo individualizzato

Vanno così definiti gli obiettivi a medio (mesi) e lungo termine (da uno a tre anni), tenendo conto dei punti di forza e dei deficit dell’individuo. Il progetto deve dirigersi verso mete funzionali (utili per la vita quotidiana quindi anche per la famiglia) e significative (arricchite da precise valenze affettive e motivazionali). Senza questa fine opera di conoscenza del mondo vitale del soggetto, l’intervento educativo rischia di perdersi nei vicoli stretti di bombardamenti di stimolazioni e rinforzi occasionali. Al contrario, stimolazione significa proporre idee, suggerimenti, immagini, tecniche, oggetti che per il disabile abbiano un senso, ricordando che gli stimoli più efficaci sono quelli connessi alle sue necessità quotidiane. Si deve pensare a un aiuto che gli permetta di ricercare la propria identità in relazione al mondo circostante (Chade, 2004).

Risulta utile somministrare aiuti che possono essere di vario tipo:

  1. gestuale
  2. verbale
  3. modeling (l’operatore provvede alla dimostrazione diretta della performance, stimolando il meccanismo naturale dell’apprendimento per imitazione)
  4. aiuto fisico (la tecnica del gesto interrotto: l’educatore guida la mano del soggetto, inizia il movimento lasciando che sia lui a portarlo a termine).

 

Spero di aver incuriosito (e smosso) gli addetti ai lavori, e non solo.

Posted by
laurarossimartelli

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