Convegno sulla pet-therapy: punti di vista a confronto

Contaminazione (nell’accezione positiva) è il termine più indicato per descrivere il convegno sulla pet-therapy che si è tenuto a Lazise il 16 novembre scorso, organizzato dall’Ass. Amici degli Animali nel Sociale e Ada Tomezzoli.

La sensazione che ho provato a fine mattinata (purtroppo per motivi di lavoro non ho potuto fermarmi alle tavole rotonde del pomeriggio), è la stessa che mi rimane oggi, dopo aver riletto gli appunti. Diversi punti di partenza (o punti di arrivo), con un unico fine: aiutare il prossimo tutelando l’animale. Sulla finalità nulla da dire, ho trovato tutti gli interventi molto interessanti e per niente  banali. Provo della confusione invece sul “prima”. Questo è dovuto forse anche alla mancanza di vere linee guida sulla pet-therapy ma sono anche indicative del percorso personale di ciascun relatore.

Mi spiego meglio. 

Marula Furlan ha spiegato l’importanza della stimolazione precoce nel cucciolo destinato a diventare un cane da servizio. Il suo metodo si basa sulla convinzione che i primi due mesi di vita del cane siano importantissimi, e che per quanto si faccia un addestramento specifico una volta acquistato il cane dall’allevatore, per quanto il cane abbia un ottima genetica, non supererà mai le mancanze dei primi mesi di vita. Le stimolazioni che cita, partendo dal 3° giorno di vita, mi sembrano (per il mio personale parere) un po’esagerate, richiamando l’imprinting di Miller sui cavalli tanto esecrabile oggi tra gli etologi. Quindi, da una parte abbiamo l’importanza di un ottima genetica affiancata ad un ottimo ambiente fin dal primo giorno di vita.

Tutt’altra impronta ha lasciato l’intervento di Esther Amrein, che punta sull’osservazione e il riconoscimento dei limiti e dei “difetti” dei cani per trasformarli in risorse che consentano di dare valore alla terapia e nello stesso tempo promuovere il benessere dell’animale coinvolto. Lei ha a che fare con cani timidi, paurosi, particolarmente vivaci o che si distraggono facilmente…insomma, il contrario dell’immaginario del cane da pet-therapy. Non a caso parla dell’importanza dell’educazione del cane piuttosto che dell’addestramento (tema che io tengo a ribadire sempre).  Sono molto vicina a Esther nel mio lavoro, in quanto collaboro con cani non perfetti, ma educati, e considero la loro spontaneità una grande risorsa nell’attività, in grado di fare quel salto necessario nella relazione che in quanto persona non mi è possibile fare. Quindi, siamo passati a una dubbia genetica affiancata ad un ambiente non idoneo.

E dall’animale passiamo alla formazione del conduttore:

Maria Teresa Cairo presenta il Master di Interventi educativi e riabilitativi assistiti con gli animali (Milano), rivolto a laureati in Scienze della Formazione, Pedagogia, Psicologia, Sociologia, Scienze Infermieristiche, Logopedia, Fisioterapia, Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica, Terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, Terapia occupazionale, previa valutazione del curriculum scolastico e professionale. Anche questa volta, gli Etologi (o Biologi) non sono invitati!

Trovo corretto ricordare la distinzione tra attività, educazione e terapia assistita con l’animale, in quanto solo una figura competente in materia sanitaria dovrebbe fare terapia. Ma trovo, come al solito quando si deve categorizzare, limitante questa distinzione, in quanto si può fare terapia se c’è un buon team prescrittivo (es. psicologo, fisioterapista, educatore, conduttore e veterinario). Ecco quindi che l’etologo (conduttore) viene inserito in un intervento di terapia in quanto figura complementare e necessaria. Per arrivare alle stesse conclusioni dei due interventi precedenti, qui si fa affidamento solo sull’ambiente, su ciò che è stato appreso durante gli studi, non sulle qualità individuali che fanno di un semplice appassionato di cani che vuole aiutare il prossimo, un buon conduttore.

Giusto citare Susanna Coletto che ha presentato il progetto del “Giardino sensoriale”, mio sogno per quando avrò un terreno! La conoscenza dei sensi del cane e il confronto con i nostri fa parte del mio programma di pet-therapy e forse lo trovo uno dei più difficili argomenti da trattare, ma proprio per questo uno dei più stimolanti.

Poi l’intervento di Cinzia Stefanini, sul metodo TTouch, che dovrebbe portare beneficio all’animale nei momenti di stress. Si tratta di un metodo integrato che tratta il problema dal punto di vista fisico, emotivo e cognitivo…

Praticamente si tratta di un lieve massaggio che tocca solo la superficie dell’animale, non il muscolo, codificato in un tocco di un giro e un quarto. Dice che neuroscienziati hanno dimostrato che si possono attivare onde cerebrali, si formano nuove connessioni cerebrali, portando l’animale in uno stato rilassato, di veglia consapevole. L’ideatrice di questo metodo è la signora Linda Tellington Jones, che ho avuto occasione di vedere lavorare alla fiera di CavalliaMilano.

A questa pagina trovate gli studi scientifici che mi riprometto di leggere per avere delucidazioni in merito. Per il momento mi limito solo a dire che ci sono Practicioner TTouch che applicano anche omeopatia, riflessologia, fiori di Bach…

Debra Buttram e Laura Montresor hanno portato un lavoro sull’integrazione svolto in una scuola, portando alla luce un punto di vista ancora diverso: il disabile come fonte di conoscenza nuova per i compagni normodotati. Le metodologie e i  materiali descritti sono ricorrenti nei miei interventi, quindi è stata una conferma del mio lavoro e mi ha fatto sicuramente piacere.

Ultimo l’intervento di Fabio Martini: geniali metafore per immagini inserite in una cornice perfetta (grafica del Mac!), molto piacevole per gli occhi ma anche per le orecchie sentire il punto di vista di un educatore che lavora in una struttura dove si pratica pet-therapy. È un po’l’educatore ideale, quello che riconosce l’importanza del nostro intervento non solo sull’utente ma anche sullo staff, dal momento che grazie alla nostra attività gli operatori possono conoscere gli utenti da una prospettiva diversa, veder emergere capacità che neppure immaginavano e trovare nuovi strumenti per migliorare la relazione con l’utente. Praticamente quello che desidero far capire alle aziende a cui mi propongo: sto arricchendo la vostra offerta formativa e allo stesso tempo tutti voi potete trarne vantaggio.

Concludendo,

è meglio acquistare un cucciolo preparato o scoprire nel proprio cane le qualità per questo lavoro? È giusto fare corsi professionalizzanti (e limitanti) o seguire il proprio percorso tenendo conto della sensibilità che caratterizza noi e il nostro partner (il cane)?

Mi sarebbe piaciuto fermarmi alle tavole rotonde, magari mi sarei chiarita le idee, ma intanto vi lascio questi spunti di riflessione; il confronto è fondamentale, ed è per questo che sono stata contenta di poter assistere ai vari interventi: ho trovato molte conferme del mio lavoro e ispirazioni per l’anno nuovo.

 

 

 

Posted by
laurarossimartelli

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